Il Cenacolo di Leonardo da Vinci

La Chiesa e il Convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie con il Cenacolo di Leonardo da Vinci sono stati inseriti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO nel 1980. Il genio di Leonardo trovò una delle massime espressioni in questa opera, concepita e realizzata secondo uno schema iconografico innovativo. Ma la tecnica scelta ne compromise la conservazione, tanto che furono necessari numerosi interventi di restauro.

La Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano venne progettata nella seconda metà del XV secolo da Guiniforte Solari su committenza dell’ordine dei domenicani. Il disegno orginale non fu però portato a termine in quanto, nel 1492, il duca Ludovico il Moro incaricò Bramante dell’ampliamento della chiesa. La ragione di questa modifica stava nella decisione dello Sforza di collocare all’interno della chiesa la tomba che avrebbe accolte le sue spoglie e quelle della moglie. L’architetto Bramante, oltre a dilatare la struttura originale, si occupò anche della costruzione del refettorio del Convento costituisce, parte integrante del complesso architettonico completato alla fine del XV secolo.

Nella parete nord del refettorio si trova “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci (cm 460 x 880), il capolavoro che ha reso Santa Maria delle Grazie un punto di riferimento fondamentale per l’arte mondiale.
Il Cenacolo, realizzato tra il 1495 e il 1497, ottenne subito una fama straordinaria grazie alla sua grande carica innovativa. Quest’opera ha infatti segnato una svolta nelle arti pittoriche, soprattutto per aver modificato la classica interpretazione della composizione e aver rappresentato Gesù insieme ai dodici apostoli subito dopo l’annuncio che qualcuno di loro lo tradirà. La scena rappresentata è ispirata al Vangelo di Giovanni.
L’unica concessione di Leonardo all’iconografia tradizionale consiste nel mostrare la tavola – dietro la quale sono seduti Gesù e gli apostoli – vista di fronte. Tutto il resto viene rivoluzionato. Mentre le rappresentazioni antecedenti mostravano figure più o meno statiche, con Giuda completamente isolato al momento della comunione, Leonardo dispone gli apostoli in gruppi di tre, infonde loro la magia del movimento e, mediante l’espressività dei volti e delle mani, riesce a dare la sensazione che tutti stiano parlando e mostrino i loro sentimenti.

Si tratta del momento più drammatico della Cena, durante il quale ogni apostolo si chiede, e chiede agli altri, chi può essere il traditore: Leonardo si concentra sull’effetto che le parole di Gesù provocano sugli apostoli, sulla loro reazione. Per rendere i loro pensieri e le loro emozioni rappresenta gesti e atteggiamenti, ma utilizza anche magistralmente la luce e la prospettiva.
Alcuni apostoli si ritraggono intimoriti, qualcuno si chiede con angoscia chi è il colpevole, mentre altri sembrano difendersi dall’accusa, in attesa di un chiarimento che non verrà. Tutta la composizione è esaltata dall’accentuato effetto prospettico: la tavola si trova in una stanza che presenta tre finestre sulla parete di fondo, oltre le quali si intravede un paesaggio. La luminosità che da essa si diffonde, provocando uno straordinario effetto di controluce sulle figure, illuminate allo stesso tempo anche dai lati, contribuisce a creare un’atmosfera che già da sola basterebbe a fare del Cenacolo un grande capolavoro.

La prima triade a sinistra è formata da Bartolomeo, Giacomo il Minore e Andrea: si tratta del gruppo di apostoli più statico e più attonito.
Bartolomeo è l’unico apostolo raffigurato in piedi: adirato, si alza e si appoggia alla tavola; gli altri due sono raffigurati di tre quarti e si fanno scudo con le mani, come spaventati e stupefatti.

Il secondo gruppo è, narrativamente, molto interessante. Pietro, rabbioso (ha in mano un coltello) e incredulo, si precipita con impeto verso Giovanni, seduto al fianco di Gesù Cristo, spostando in avanti Giuda Iscariota, che in tal modo risulta quasi separato dagli altri. E’ questo uno dei particolari che più rivelano il grande genio di Leonardo: riesce a isolare Giuda senza allontanarlo fisicamente.

Soffermiamoci un attimo ancora su Giuda. Egli si volge verso Cristo, descrivendo una diagonale. Con il volto in ombra si ritrae, atterrito, mentre con la mano destra afferra la borsa che è il compenso del suo tradimento e rovescia il sale. Leonardo lo rappresenta per la prima volta dietro il tavolo, anziché davanti, isolato, come nella tradizioni pittorica precedente.

Il terzo gruppo è formato da Tommaso, Giacomo il Maggiore e Filippo: confusi, cercano di parlare all’unisono al fine di avere spiegazioni e perorare la causa della propria innocenza.
Giacomo spalanca le braccia e socchiude le labbra in un atteggiamento di stupore ed orrore. Filippo porta le mani al petto per enfatizzare l’emozione (gesto ripreso da Tiziano e Giorgione).

Dedichiamo ancora un po’ di attenzione a Tommaso. Egli alza l’indice della mano destra in un gesto che esprime il dubbio: Leonardo anticipa così l’incredulità che l’apostolo dimostrerà nel momento della Resurrezione, quando dirà di voler mettere il dito nelle piaghe di Cristo.

La quarta e ultima triade è composta da Matteo, Taddeo e Simone, gli unici che parlano tra loro senza guardare Gesù, sebbene Matteo lo indichi mentre dialoga con Simone che, a sua volta, sembra commentare qualcosa con Taddeo.
Matteo ha un profilo nobile e idealizzato: si tratta di una meditazione sulla scultura classica.

Infine c’è Gesù Cristo, figura solitaria, centrale e con un’espressione dolente; la bocca socchiusa, le palpebre semiabbassate, la testa lievemente inclinata verso destra, le braccia allungate rivelano un atteggiamento di abbandono, di accettazione e di rassegnazione. Tutto ciò contribuisce a dare ulteriore forza all’insieme.

Gli apostoli vicini a Gesù esprimono sentimenti più forti, a causa dell’alto coinvolgimento emotivo e fisico, mentre man mano che si procede verso l’esterno i gesti sono più pacati e gli atteggiamenti virano all’incredulità.

L’Ultima Cena è realizzata con una tecnica di pittura differente da quella dell’affresco tradizionale. Su un doppio strato di intonaco, Leonardo applicò sul muro a secco la tempera mescolata all’olio (come se fosse una tavola). Tale modo di procedere consentì al grande genio di ottenere chiaroscuri più raffinati e di ritoccare e modificare l’opera giorno dopo giorno. Però, d’altro canto, rese il capolavoro molto fragile: già dai primi del Cinquecento furono visibili i primi segni di degrado. La fuliggine delle candele, i fumi della vicina cucina, l’umidità creavano una situazione incompatibile con la tecnica scelta da Leonardo. Ulteriori danni furono causati dalle truppe di Napoleone (che utilizzarono il refettorio come bivacco e stalla) e, soprattutto, dal bombardamento dell’agosto 1943. Il Cenacolo si salvò grazie ad una difesa di sacchi di sabbia, ma rimase per diversi giorni esposto alle intemperie.

Il Cenacolo divenne istantaneamente celebre. Si dice che il re Luigi XII di Francia ne fosse a tal punto preso che chiese se non si potessa toglierla dal muro del convento di Santa Maria delle Grazie per portarla in Francia.

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